LE DUE SICILIE




Il Regno delle Due Sicilie ha una storia antica e gloriosa, segnata dall'alternanza e dalla coesistenza di molteplici etnie, culture e religioni. E' stato il palcoscenico di splendori e miserie, ascese e declini, eroismi e codardie, fedeltà e tradimenti, conquiste e rivolte. Ha ispirato sinfonie, romanzi, quadri e opere teatrali, che ricamano intorno a un popolo - a un popolo di popoli - a un tempo luttuoso e festaiolo, chiuso e rumoroso, di poche parole e molte grida, incolto e filosofo, fragile e in lite con sé stesso, felice con poco ma velenoso se risvegliato dalla sua quiete per suscitargli desideri impossibili da appagare.

Dovremo andarcene lontano, parecchio lontano, per incontrare questa gente e conoscerne la storia. Altro che uno o due secoli. Servirà saltare in un altro tempo, in un altro mondo, poco oltre l'anno mille.

Racimoleremo frammenti, brandelli di storia, che tuttavia basteranno a suscitare - in un lettore perspicace - lo stupore proprio di una violenta e persistente perturbazione. Sarà un continuo fluire di eventi con un'endemica tendenza verso il disordine, non solo nelle esplosioni di rivolte e nei desideri di conquista, ma sin anche nei fenomeni di lungo corso, di durata secolare. Questa storia cammina senza la logica che si vorrebbe. Qui la vita non batte un ritmo prestabilito, non ha cadenze prevedibili. Nulla è semplice e scontato, regolare o organizzato. Tutto è possibile.

A ogni giro, a ogni sequenza di mosse e contromosse, c'è un vespaio di conflitti da dirimere, alimentati da questioni ataviche. Convivono le necessità del contadino, il surplus del signore, il lavoro dell'artigiano, la rendita del barone, le sofisticatezze della nobildonna, il bisogno di mettere un piatto a tavola. Un'antologia di storie nella Storia, nelle quale i volti di Papi e Re, di aristocratici e popolani, di semplici uomini e donne, si mescolano e si sovrappongono, sino a non saper più distinguere gli uni dagli altri, tanto comune è l'obiettivo dietro le apparenti diversità, la speranza di tutti, che non è banalmente la ricchezza, ma il miraggio di un terreno di sicurezze, di un orizzonte cui far riferimento, in un mondo precario, senza appigli, continuamente sospeso.

Molte narrazioni saranno verosimili, più che vere, ma, vere o false che siano, posseggono significati trascendenti la loro plausibilità. Sono storie di un fascino irresistibile, circondate dall'alone di una potenza che si dispiega. In questa storia chi è in cima cade all'improvviso, incapace di risorgere, sommerso da un'onda che porta altri sulla cresta, prima di far sprofondare anche loro, per far riemergere i primi o portarne su di nuovi. La fortuna è bizzosa e mutevole, a volte isterica, e anche a scorrere la storia di una sola età e un sol popolo pare di vedere l'accavallarsi di più secoli e più genti. Ma nelle sfide cruciali, nei passaggi nodali, tutti appaiono ugualmente confusi e impreparati, bollati da destini fragili e malfermi.

E' un mondo impregnato di grandi sogni e piccole meschinità, trascinato da saggezza e follia, avviluppato su moventi e interessi multiformi, che in retrospettiva hanno provocato giudizi e interpretazioni di enorme complessità. E che a volte, per eccesso di reazione, si vorrebbe semplificare brutalmente, mutuando le parole del poeta: è mai possibile, porco di un cane, che le avventure in codesto reame, debban risolversi tutte con grandi puttane?

Queste sono le Due Sicilie.






 
 La dizione "Due Sicilie" è parente stretta della locuzione "Regnum Siciliae citra, et ultra Pharum",
usata già nel 1265 per distinguere la parte continentale da quella insulare del Regno,
come argomentato dal Summonte, nella sua “Dell’historia della Città e Regno di Napoli” (1675).
Papa Clemente IV, nel coronare Carlo d'Angiò, chiamò i con lo stesso nome sia l'Isola che Napoli,
per cui Carlo d'Angiò divenne Re delle Due Sicilie, Citra e Ultra il Faro.
E da allora in poi, per non contravvenire all'autorità dei Pontefici,
il Regno di Napoli continuò a chiamarsi Sicilia di qua del Faro.
A seguito del Congresso di Vienna (1815-1816)
 - grazie a una traduzione arbitraria di un'espressione contenuta nell'atto finale -
Re Ferdinando fu reintegrato nella sua sovranità non come Re delle Due Sicilie
ma come Re del Regno delle Due Sicilie, per cui i due Regni venivano unificati d'imperio.

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