FINE DEL FRANCOBOLLO ≠ FINE DELLA FILATELIA


Circola da tempo una tesi buffa, nei social network di settore: la filatelia sarebbe in crisi, e tra le cause della disaffezione - specialmente tra i giovani - vi sarebbe l'uscita di scena del francobollo dalla vita quotidiana, dall'esperienza di ogni giorno.
 
E' una tesi così assurda, talmente sballata e fuori dal mondo, da poterla idealmente collocare accanto alle "One Hundred Proofs the Earth is Not a Globe" di  William Carpenter, del 1885.

"Salendo in mongolfiera si vede bene che la terra è piatta!"
(La prima delle "Cento prove che la Terra non è un globo")

La superficie terrestre impiega oltre 110 km per curvare di appena 1 grado, un'estensione equivalente a un arco d'orizzonte di circa 30 gradi, troppo pronunciato perché l'occhio umano possa coglierlo, persino dalla quota di un aereo (intorno ai 10 km) che andrebbe almeno raddoppiata (alzata a 20 km) per percepirlo appena. E una mongolfiera - di regola - si attesta tra i 200 e i 400 metri.

Sono in tanti a soffrire delle stesse limitazioni di prospettiva: gente che vola a poche centinaia di metri dal mondo filatelico, e pretende di trarre conclusioni definitive sulla sua vasta struttura e complessa articolazione.
 
La speculazione di una Terra sferica la si trova già all'antica filosofia greca,
intorno alla fine del VI secolo a.C., per poi averne conferma astronomica un secolo dopo. 
Il Vecchio Mondo adottò il paradigma ellenistico durante la tarda antichità e il Medioevo,
e serve risalire parecchio indietro, alla mitologia mesopotamica, tra il IV e il I millennio a.C.,
per trovare una Terra raffigurata come un disco galleggiante nel mare, circondato da un cielo sferico.

Muovo da un'annotazione semplice, ma dirimente: tutti gli oggetti - al principio - sono personali, privati e individuali, ma a lungo andare possono diventare universali e iconici, se dopo aver soddisfatto le esigenze del singolo acquistano un valore simbolico e culturale per l'intera società; perché gli oggetti sono la risposta dell'intelligenza umana a necessità pratiche, a bisogni concreti, prendono forma grazie a invenzioni, scoperte o prestiti culturali, e perciò raccontano il loro tempo, parlano delle conoscenze e delle tecniche di un'epoca, se non direttamente del più generale stile di vita di un popolo, dei suoi sogni e delle sue tragedie.

Robert Neil MacGregor - direttore del British Museum dal 2003 al 2009 - è fulminante: "un museo è la Storia raccontata attraverso gli oggetti", e un museo, volendo, si può coinvolgerlo in "un discorso [perprendere parte al dibattito" - per sostenere una posizione politica o sociale, in generale culturale - giacché "la neutralità non esiste", con la netta ammissione della storica dell'arte Anna Chiara Cimoli.
 
Così, sempre più spesso, gli oggetti si ritrovano al centro dell'indagine scientifica, non solo di stampo ingegneristico o tecnico-produttivo, ma anche umanistico e letterario. 

 Da un ex voto del Seicento alla locandina di un film degli anni Quaranta, 
passando per dipinti di epoca romantica, burattini, soprammobili, cartoline, giocattoli.
E poi armi, medaglie e bandiere, cappelli a cono e piumati, cifrari di polizia e messaggi clandestini.
Cinquanta oggetti raccontano la storia del brigantaggio italiano del XIX secolo,
reperti cruciali per ricostruire tanto le vicende delle bande armate (e della loro repressione) 
 quanto i codici di narrazione, dai registri della politica allo spettacolo, dalla cronaca alla criminologia.
Il volume beneficia del saggio introduttivo - scritto a più mani - "Fare storia con gli oggetti".
 
 
 
 



 
Nel 2021 il Blog ha proposto Cinque Conversazioni sul Collezionismo.
La seconda s'intitolava "Raccontare", nell'idea che ogni collezione fosse una narrazione.
E' stato un conforto - nel tempo - scoprire la correttezza di quell'intuizione originaria,
il suo robusto fondamento metodologico, ben oltre le mie stesse aspettative. 
 
Gli oggetti vantano il rango di fonti documentarie anche sul più rigoroso piano accademico.
 
Con la "Scuola delle Annales" - il movimento storiografico di Marc Bloch e Lucien Febvre, del 1929 - il perimetro delle fonti ammissibili si è dilatato ben oltre la tradizione, sino ad accogliere reperti archeologici, fotografie e utensili, in linea con un approccio interdisciplinare più vivido ed entusiasmante, che oltrepassa la classica visione geopolitica e porta dentro la sociologia, la psicologia, l'economia. 
 
Nella Storia intesa come "scienza degli uomini nel tempo" - con la celebre posizione di Bloch - gli oggetti hanno pertanto acquistato lo status di tracce del passato da cui estrarre informazioni, in virtù della loro influenza sull'evoluzione degli assetti istituzionali, delle relazioni di potere, dell'organizzazione sociale, e sin anche delle scale valoriali e delle ritualità. 
  
 
L'approccio è poi sceso dall'alta teoria alla pratica dell'insegnamento: gli oggetti si rivelano un eccezionale strumento didattico, da usare in classe o nei laboratori, per avvicinare bambini e adolescenti ai processi storici, per favorirne lo sviluppo cognitivo e il pensiero critico, per creare connessioni con la vita di ogni giorno, in relazione alle esperienze e gli interessi di ogni età scolare, attraverso l'osservazione e l'analisi degli innumerevoli profili (morfologici, funzionali, tecnici, economici, sociologici, estetici).
 

  
 
Quale che sia l'angolo visuale - accademico, professionale o formativo - gli oggetti pungolano la curiosità, sollecitano domande e invogliano a congetturare le risposte, con la postura dello storico davanti alle sue fonti e il vantaggio di essere concreti, adatti a stimolare la sensorialità: si possono osservare, toccare, descrivere e classificare, contestualizzare e confrontare, in un processo di scoperta che dà corpo, anima e respiro a concetti altrimenti astratti o inaccessibili, e restituisce significati ben afferrabili, con cui esplorare storie, eventi o episodi di vita (di epoche passate).
 
Imparare a "leggere" gli oggetti del passato - concentrandosi sui dettagli: le materie prime, il processo di produzione, le modalità di vendita, i destinatari e gli utilizzi, all'interno di una rete di relazioni economiche e sociali - è la via maestra per approssimarsi al meglio alla comprensione del presente.

L'evoluzione degli oggetti tecnologici è un caso di scuola
per apprezzare i progressi conseguiti tempo per tempo,
ma anche - o soprattutto - i risvolti sugli stili di vita e i comportamenti. 
Dall'originaria possibilità di tenere traccia scritta del proprio pensiero,
a modalità attuative via via più semplici e immediate,
per poi sperimentare l'opportunità di condividerlo in tempo reale,
in forme progressivamente più varie (testi, immagini, video)
peraltro a prezzo di uno stravolgimento negli usi e i costumi della società.
"Nulla di grande entra nella vita dei mortali senza portarsi dietro una maledizione",
aveva già diagniosticato il drammaturgo greco Sofocle, nel III secolo a.C.,
con la nettezza di chi sente di aver trovato una costante universale.
E la sua posizione la ritroviamo come esergo in "The Social Dilemma",
a riassumere la spietata analisi del documentario di Netflix
sul modo con cui la tecnologia ha riscritto i codici di comportamento,
il nostro modo di stare in società e rapportarci agli altri.        
 
Se riesaminati sotto il profilo individuale - per microfondarne la rilevanza storica - gli oggetti non si riducono mai a semplici cose. Rappresentano ricordi, trofei, simboli, sentinelle, grilli parlanti. Provocano batticuori e lasciano senza fiato, strappano sorrisi e fanno scorrere lacrime, risvegliano odi e amori, evocano dannazioni e catarsi, aiutano e consolano, proteggono ed esorcizzano, inducono a pensare e ripensare. Sono cifrari emozionali che raccontano il nostro tempo e conservano pezzi di noi e della nostra esistenza, chiavi segrete per accedere a una parte del nostro vissuto. 
  
Per tutto ciò si rivelano uno strumento perfetto per esplorare ricordi, emozioni e sentimenti, per ribaltare punti di vista, giocare e raccontarsi.
 
E raccontare e raccontarsi con gli oggetti è tra le esperienze più coinvolgenti, perché gli oggetti tracciano itinerari narrativi unpedantic and unconventional, entro cui ognuno può esprimere il meglio di sé: quando scegli un oggetto per raccontare un frammento della tua storia, del tuo carattere, dei tuoi interessi, stai prendendo una posizione e abbracciando un punto di vista, con la selezione degli elementi da portare all'attenzione, dei dettagli da enfatizzare, degli aspetti di contorno, di ciò che vuoi lasciare sullo sfondo o mettere in sordina.  
     
E se padroneggi la tecnica narrativa - se possiedi le abilità di uno storyteller - puoi arrivare a concepire storie viscerali, in cui ogni lettore o spettatore si troverà piacevolmente immerso, da cui non vorrà più uscire, perché quelle storie parlano di lui, e le starà vivendo sulla propria pelle senza mediazioni - starà empatizzando - che a ben vedere è anche l'obiettivo commerciale di qualsiasi imprenditore - catena, negozio o brand - rispetto agli oggetti che offre sul mercato.
 

Tutta la linea d'argomentazione è peraltro permeata da un non-detto, da un sottotesto che di quando in quando ha fatto capolino, e sarà ora il caso di manifestare. 
 
Gli oggetti sono sì univoci, nella loro fisicità, e perciò adatti a creare un setting comune a chi scrive e a chi legge, a chi parla e a chi ascolta, ma è pur vero che alcuni oggetti appaiono misteriosi o strani, o anche solo difficilmente riconoscibili, proprio perché appartengono a un altrove, a tempi e luoghi lontani da noi. 
 
Gli oggetti sono quindi muti, di per sé, e siamo noi a doverli interrogare affinché ci svelino le grandi e piccole storie di cui sono custodi. 
 
Siamo al punto capitale: sappiamo farlo?

Ogni francobollo antico - ad esempio -  è un concentrato di storia e geografia, di società e costume, di tradizione e arte - "un manifesto murale ridotto ai minimi termini", con le parole di Federico Zeri -  che da un lato viene incontro al nostro naturale amore per il bello, e dall'altro permette di rivivere un'epoca, di conoscere i personaggi che l'hanno popolata, di coglierne affinità e contrasti, di svelarne retroscena e obiettivi.
 
Ma noi - alla prova dei fatti - siamo in grado di collocare il francobollo sullo sfondo di conoscenze pregresse sufficientemente articolate da formare un contesto, in cui riconoscere le analogie e operare delle differenziazioni? Siamo capaci di rapportarci al francobollo attraverso un processo iterativo di interrogazione, di esercitarvi l'azione volitiva del porre domande per avere risposte sul passato, magari per mettere in discussione il nostro tempo, e costruire un futuro che non sia la meccanica prosecuzione di un presente sgradito? Sappiamo appuntare la nostra attenzione non già sul pregio strettamente filatelico, ma sul significato di cui è portatore all'interno di un quadro culturale più ampio (che forse è stato offuscato proprio dal suo pedissequo uso quotidiano, quando non annichilito da speculazioni selvagge)?
 
Sicuramente la filatelia ha una base tecnica inalienabile - serve aver presa su un ampio spettro di argomenti: il servizio postale e la normativa di settore, la storia dei francobolli, i loro processi di produzione e le modalità di utilizzo - e la letteratura è già ricca di pubblicazioni specializzate, ma qui non si tratta di sfoggiare erudizione, intrattenere con modi più o meno raffinati, o stupire a ogni costo. 
 
Qui serve raccontare una storia, attivare un processo comunicativo profondo, per tramandare, educare e unire, per trasformare esperienze in conoscenza condivisa, per dare forma simbolica a ciò che altrimenti resterebbe confuso o sarebbe addirittura dimenticato, così da orientarsi nel mondo e dare un senso al proprio vissuto, come avviene da sempre in risposta alla mitologia, alle parabole religiose, alle leggende tribali, ai racconti attorno al fuoco. 
 
Nell'era della comunicazione digitale - dove l'attenzione scivola via in pochi secondi e i contenuti diventano effimeri, in cui tutto è replicabile e l'intelligenza artificiale può generare testi, immagini e video ab libitum - la differenza sta tutta nel saper colpire la psiche in modo potente e duraturo, perché solo ciò che colpisce in profondità riesce poi a permanere.
 
Il pubblico là fuori - bambini o giovani, adulti o anziani, poco importa - non vuole sapere cos'è un francobollo, ma perché dovrebbe interessarsene. Serve una strategia narrativa - sapere cosa raccontare del francobollo, come raccontarlo e perché la sua storia merita di essere ascoltata - e poco importa - aiutatemi a dire chissenefrega! - se il francobollo non è più materialmente tra noi, giacché la natura più autentica e nobile di ogni storia è proprio nel dare forma e struttura all'invisibile.

"Oggi, finalmente gli studi sulla mente confermano che il cervello umano è organizzato come un museo o, meglio ancora, come il catalogo che narra il museo" - documenta la tesi di dottorato "Storytelling digitale nel contesto della museologia", di Denitza Nedkova - "La raccolta di diverse categorie di artefatti in diversi spazi espositivi è, in effetti, la reiterazione di quello che accade nella mente umana quotidianamente. Un meccanismo conoscitivo che consiste nella costruzione di immagini interne che 'traducono' neuralmente la realtà, trasformandola in una 'galleria', in un museo di rappresentazioni, in una narrazione visiva della vita".
 
Una buona storia non descrive, coinvolge; non spiega, trasmette; non impone, risuona. E allora - di nuovo - siamo in grado di creare un ponte emotivo tra noi, amanti dei francobolli, e il nostro pubblico potenziale? Di trasportarlo in mondi e dimensioni altri da sé, rianimando i giorni vissuti dai nostri antenati, grazie a una bella collezione? Siamo capaci di trasformare il francobollo in un semioforo?
 
O alla prova dei fatti - e nella migliore delle ipotesi - siamo soltanto degli specialisti, "quei pazienti, utili e bastonati animali" - come li definiva Prezzolini - le cui conoscenze resterebbero "materiale inutile se non venisse qualcuno a organizzarli e servirsene"?
 
 
Estratto da "L'arte di persuadere", di Giuseppe Prezzolini.

 
"Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare. Ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare". 
 
L'amara osservazione di Giovanni Falcone si applica erga omnes, dalla difesa degli ideali più alti e nobili sino alle cose più spicciole della vita di ogni giorno.
 
Quando si perde l'entusiasmo, o magari affiora la consapevolezza di non averlo mai avuto, di essere stati semplicemente trascinati dalla corrente, di non esser mai stati spassionatamente coinvolti, ma solo interessati al proprio tornaconto, si trova più comodo incolpare il mondo esterno, sparare su tutto ciò che si muove, aggrapparsi a qualsiasi contingenza, evocare a piè sospinto un passato immaginifico - ignorando che ogni cosa è fisiologicamente in continua trasformazione - pur di schivare la fatica del "rimboccarsi le maniche".
 
"Tesori di Carta" è l'opera di chi - dal 21 giugno 2018 - ha scelto di "fare" anziché "lamentarsi", in opposizione alla "stragrande maggioranza", e oggi - 16 maggio 2026 - posso dire che il risultato ha oltrepassato la più inverosimile delle aspettative.
 
Passione infinta, zero lagne, una voglia smisurata di imparare condividendo conoscenze, di fare e diffondere cultura, senza mai un retropensiero materialistico, di tornaconto economico: questa è stata la mia avventura con "Tesori di Carta", l'esperienza di chi si è sistematicamente sforzato di "fare la cosa giusta".
 
 
La mia parte l'ho fatta, al meglio di cui ero capace.

Tutto il problematico resto - ora - potete sbrogliarlo da voi.

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