Res tantum valet quantum vendi potest - ogni cosa vale quanto qualcuno è disposto a pagarla - è solo una tautologia, se presa alla lettera, ché nulla ci dice sulle ragioni economiche del prezzo a cui è avvenuto lo scambio; e tuttavia rimane la migliore sintesi per comprendere le dinamiche del mercato filatelico degli Antici Stati Italiani, fatto tutto e solo di oggetti unici e irripetibili - nel bene o nel male - e quindi invalutabili con logica statistica, di domanda e offerta.
Prima di entrare nei discorsi di merito, e a loro stessa tutela, sarà il caso di richiamare l'avvertenza del caro, vecchio zio Wittgenstein: tutti i problemi della vita sono problemi di (uso improprio del) linguaggio.
Perché il linguaggio non serve solo a verbalizzare una realtà esterna a noi, ma possiede soprattutto una straordinaria potenza creativa: è il linguaggio a determinare la nostra realtà, a plasmare il nostro mondo, al punto che - citando Wittgenstein, alla lettera - "i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo".
Prendete l'espressione "il Sole sorge". Sembra innocua - e la si usa infatti di continuo, senza cautele - ma ha in sé un potenziale e micidiale equivoco: il Sole sorge, il Sole tramonta, ci veicolano la sensazione di un Sole in continuo movimento, tanto più che un Sole in movimento (che sorge, si alza, scende e tramonta, per ricominciare il giorno dopo) e proprio ciò che cade sotto i nostri occhi, e nessuna delle nostre immediate percezioni ci può suggerire una Terra in rotazione (intorno al Sole e addirittura su sé stessa).
E quindi, siccome diciamo "il Sole sorge", siccome abbiamo la sensazione di un Sole in movimento, e siccome la Terra ci sembra ferma, allora... il sistema tolemaico è corretto!
Si sprofonda spesso a questi stessi infimi livelli di ragionamento, quando si parla di valutazioni filateliche, a causa di un linguaggio inappropriato - importato da ambienti sconnessi dal collezionismo - che diventa un grave limite all'esatta comprensione del mondo di nostro interesse.
Si è ad esempio così abituati a ragionare in termini di guadagni e perdite, a vivere la filatelia come un gioco d'azzardo, che si trova naturale mutuare gergo e vocaboli di realtà tipicamente speculative - come il mercato finanziario -
senza neppure conoscerne i significati tecnici, e quindi senza accorgersi di quanto sia assurdo traslarli a un settore - gli scambi di antichi oggetti
postali - che vive di tutt'altre logiche e andrebbe perciò descritto ex-novo, se
necessario creando un linguaggio dedicato.
"E' il linguaggio a doversi adattare ai fatti e non l'inverso" - sempre con Wittgenstein - "Cercare di modellare l'interpretazione di un fenomeno su un linguaggio già formato e riempito a priori può solo condurre a false conclusioni sulla natura delle cose".
Questa lettera è stata offerta in asta dalla Filatelia Sammarinese (Filsam) per quattro anni consecutivi - dal 2015 al 2018, con alcune pause tra una tornata e l'altra - a una base di 7.000 euro (da maggiorare per il 15% di commissioni, all'epoca le più competitive di un mercato che viaggiava su una media del 22%).
La lettera è andata sistematicamente invenduta, e Filsam non solo non ha mai ridotto la base, ma si è anche rifiutata di praticare sconti nel post-asta, a trattativa privata, lontana dagli occhi del pubblico. E' stata cioè seguita una linea d'intransigenza: il prezzo (minino) è 7.000 euro e 7.000 euro (più 15% di commissioni) rimane; se non vi va bene, l'oggetto resta dov'è.
La lettera scompare per circa due anni, e riappare da Ghiglione, a inizio 2021, ancora con una base di 7.000 euro, ma stavolta con commissioni al 22%.
Risultato? Aggiudicata al martelletto a 9.500 (più 2.090 di commissioni).
Cosa ci insegna questo fatto?
Che prima di uscire sul mercato con un prezzo (che nulla a che fare con "domanda" e "offerta") occorre non solo essere relativamente sicuri della sua ragionevolezza (su base esperienziale) ma soprattutto assicurarsi di avere la forza per difenderlo, la capacità di non mollare la presa.
I francobolli degli Antichi Stati non sono oggetti di facile smercio - sono "illiquidi" direbbero gli economisti - e possono andare invenduti per le più svariate ragioni, alcune inimmaginabili.
Dubito che l'aggiudicatario della lettera a 9.500+22% fosse un nuovo collezionista, germogliato tra il 2018 e il 2021; mi punge vaghezza - è molto più probabile - che lo stesso collezionista fosse già attivo prima del 2020; e allora perché non l'ha comprata a 7.000+15%? Inutile abbozzare una risposta, ché le ragioni plausibili sono potenzialmente infinite, e qualsiasi congettura sarebbe arbitraria, in assenza di un solo dato certo.
Rimane il fatto: la lettera è andata sistematicamente invenduta a 7.000+15%, ma ha trovato subito un acquirente a 9.500+22%.
Perciò, brava Filsam, bravo Ghiglione e bravo il conferente - bravi tutti, insomma - che avete difeso ciò che andava protetto, senza farvi prendere dalla smania di liquidare.
Primo insegnamento del nostro abbecedario valutativo: i prezzi dei francobolli antichi - una volta dichiarati - vanno difesi a oltranza (perciò attenzione, prima di dichiararli).
Gli Antichi Stati Italiani dell'Ingegner Provera - a conclusione di un ciclo di 6 tornate d'asta, da Corinphila - hanno sfiorato il sold out. I pochi invenduti sono stati riproposti in un'asta successiva "di quadratura", insieme a materiale d'altra provenienza, dove sono stati tutti esitati. Quindi - di fatto - 100% di venduto.
Alcune lettere di Napoli sono rimaste al palo nel corso del ciclo ordinario, anche se di sicuro pregio filatelico e proposte a basi più che ragionevoli.
E cosa ha fatto allora Corinphila, nell'asta "di quadratura"? Ha dimezzato le basi. Sì, avete capito
bene: basi dimezzate, divise per 2, rispetto al primo giro.
E cos'è
accaduto? Che è stato il naturale gioco dell'asta a riportare i prezzi a un livello in grado - in quel momento - di assicurarne la liquidazione, talvolta con una competizione al martelletto suscettibile di eguagliare la base dell'asta ordinaria e in alcuni casi addirittura di superarla.
Ne viene il secondo insegnamento, che poi è il complemento del primo: i prezzi - una volta dichiarati - vanno sì difesi a oltranza, e perciò attenzione prima di renderli noti, ma se per una qualsiasi ragione ci si pente della propria dichiarazione, allora serve ghigliottinarli.
Ogni mattina un venditore si alza, e sa di dover difendere a oltranza il suo prezzo, senza paura.
Ogni mattina un altro venditore si alza, e sa di dover tagliare il suo prezzo, senza paura.
Non importa che tua sia un venditore che difende o uno che taglia: non devi avere paura.
Perché la paura rende ridicolo chi vuol vendere e strappa sorrisi di commiserazione a chi deve acquistare, e alla fine mortifica quell'oggetto - il francobollo - che andrebbe invece tutelato sempre e comunque.
La paura è nel singhiozzare e tirare sul col naso, nel procedere a tanti piccoli ribassi: 1.100, invenduto; 990, invenduto; 900, invenduto; 800, invenduto; e via così, scendendo sempre più giù, passettino dopo passettino, verso il fondo di un pozzo senza fondo.
Questo stillicidio - il morire a poco a poco, per dissanguamento - non solo conferisce un tratto grottesco a tutta la faccenda - assai più della scenetta del film di Aldo, Giovanni e Giacomo - ma è contrario a qualsiasi comportamento razionale.
Chi difende un prezzo a oltranza - o addirittura lo alza - manda un segnale chiaro.
Chi taglia brutalmente un prezzo manda un segnale di altro tipo, ma altrettanto chiaro.
Chi procede con riduzioni goccia a goccia avvia una spirale distruttiva: se è disposto a passare da 1.100 a 990 - dirà tra sé la potenziale controparte - allora sarà pure disposto a scendere a 900, quindi conviene aspettare; ma quando il prezzo sarà diventato 900, l'aspettativa si rimodulerà; se è sceso a 900, vuoi che non sia disposto a ridurre almeno sino a 800?; e via così, perché ogni piccolo ribasso rinforza la convinzione che un altro piccolo ribasso sia ancora probabile, che sia sempre possibile scendere ancora un po', per quanto in basso già ci si trovi, senza mai incontrare un limite, un punto fermo, che non sia una svendita manifesta.
Serve dunque coraggio - nel fissare un prezzo, nel difenderlo o nel tagliarlo - ma uno stesso coraggio può avere diverse origini: può provenire dalla consapevolezza (di avere tra le mani un oggetto di pregio da difendere, o di collezionisti da stimolare con un taglio deciso) oppure dall'incoscienza (di pensare al migliore dei mondi possibili in cui tutto va sempre e comunque per il verso giusto).
Questo oggetto rientra tra i "miti di Sicilia": è una lettera indirizzata al Principe di Alliata, completa di testo, affrancata con una coppia del 5 grana della pregiata tinta rosso sangue, con bordo di foglio e annullo "a ferro di cavallo" monarchico, impreziosita dal raro timbro ovale di Burgio. Una spettacolare concomitanza di eventi, non c'è che dire.
E' appartenuta alla Collezione "Scilla e Cariddi" (dispersa a partire dal febbraio 1989) ed è riapparsa sul mercato a oltre trent'anni di distanza (il 15 maggio 2019, in asta da Viennafil, in una vendita dedicata alle Due Sicilie).
Le pagine dei cataloghi di "Scilla e Cariddi" e della vendita Viennafil
(la lettera era il lotto n. 362 nel primo e il n. 174 nel secondo).
Nel 2019, da Viennafil, la lettera partiva da una base di 8.000 euro, per essere aggiudicata a 15.000, più il 24% di commissioni d'agenzia, per un netto a pagare di 18.600 euro.
C'erano d'aspettarsi altri trent'anni d'attesa, prima di rivederla sul mercato, e invece riappare dopo poco più d'un lustro, il 4 dicembre 2024, da Cambi, con un base di 15.000 euro e una stima di realizzo tra 17.000 e 19.000 euro (e diritti d'asta al 25%).
Il ragionamento euristico suonerebbe all'incirca così: se appena cinque anni fa vi erano almeno due collezionisti disposti a pagare una cifra nell'ordine di 18.000 euro (l'aggiudicatario e l'underbidder) allora uno dei due (l'underbidder) sarà presente ancora oggi (e se non proprio lui, qualcun altro come lui) e sarà ancora disposto a sborsare una cifra dello stesso ordine di grandezza.
La semplicità dell'argomentazione è superata solo dalla sua ingenuità.
Un oggetto può partire da 8.000 euro, essere aggiudicato a 15.000, e arrivare quindi a presentare un conto finale di oltre 18.000.
Oppure può partire direttamente da 15.000, essere aggiudicato alla base, e presentare ancora un conto di circa 18.000 euro.
Oppure - per chiudere le possibilità - potrebbe essere offerto a prezzi netti, magari a trattativa privata, a 18.000 euro.
Quale che sia lo scenario, alla fine, sempre 18.000 euro se ne sono andati via, al calcolo bruto.
Ma le tre situazioni non si equivalgono, nella contabilità psicologica: il primo caso è percepito come il migliore (qualcuno direbbe "il più vero"); il terzo è il peggiore (qualcuno direbbe "ti hanno derubato"); e il secondo è una via di mezzo in cui la soddisfazione è disturbata da un retrogusto amarognolo ("bene averlo preso alla base, ma possibile che interessava solo a me?").
La scelta della casa d'asta - in particolare la stima di un realizzo tra 17.000 e 19.000 euro - assomigliava a una sfida alla sorte, più che a un'autentica strategia commerciale. Magari si è fortunati, e si trova l'amatore disposto a tutto pur di entrare in possesso di un oggetto che temeva di non rivedere più, o magari non lo si è, com'è più probabile che sia e come si è poi verificato: la lettera - da Cambi - rimaneva invenduta.
Trascorrevano appena sei mesi, e la lettera ricompariva in asta dalla casa Il Ponte, con una stima di realizzo che era un insulto alla filatelia tutta (fra 3.500 e 5.000 euro) e un'aggiudicazione di poco superiore (5.500 euro) da maggiorare per il 26% di commissioni (da cui un costo finale di 6.930 euro, inferiore persino alla base di Viennafil).
Com'è possibile - razionalmente - che un oggetto mitico precipiti da 18.600 euro nel 2019 a 6.930 euro nel 2025?
Sottolineo l'avverbio - razionalmente - perché a noi interessa trovare un senso alle cose, anche quando - direbbe Vasco Rossi - un senso non ce l'hanno.
O quanto meno ci interessa mettere a fuoco quel minimo di raziocino che sopravvive in tutte le cose, anche le più assurde, perché se la realtà non ha alcun obbligo a essere sensata, a quest'obbligo non si possono sottrarre le sue ipotesi interpretative, che un minimo di interesse devono preservarlo, se si vuole farne una guida per l'azione futura.
Estratto da "La morte e la bussola", in "Finzioni", di Jorge Luis Borges.
Vedo due ipotesi interessanti, che magari sarebbero smentite dai fatti, ma a priori mantengono - congiuntamente - la più alta verosimiglianza.
Ipotesi 1: il collezionista è defunto, la collezione è arrivata agli eredi, magari corredata da annotazioni sui prezzi pagati, e al primo giro si è tentato di rientrare delle spese originarie, trovando la sponda della casa d'asta (Cambi); fallito il tentativo di un rientro pieno, e col fastidio tipico di chi si ritrova tra le mani oggetti che percepisce solo come un ingombro (se non fisico, di sicuro mentale) si è virati sul più sicuro approccio "pochi, maledetti e subito", forse stuzzicati dalla nuova casa d'asta (Il Ponte) col fatto che a contare non è la base ma l'intensità dei rilanci.
Ipotesi 2:il collezionista - ancora tra noi - si è ritrovato pressato da asfissianti esigenze di liquidità , e non ha saputo o potuto far meglio che accomodarle con la propria collezione, o almeno con i pezzi più pregiati, ancora una volta con l'idea iniziale di massimizzare il rientro della spesa sostenuta a suo tempo (con tutte le incertezze del caso) per poi ripiegare sulla linea più sicura del "pochi, maledetti e subito" (con la tacita speranza - rivelatasi illusoria - che il gioco dei rilanci avrebbe sospinto il prezzo sufficientemente in alto da permettergli un buon incasso).
Ora - quale delle due ipotesi si voglia abbracciare - entrambe sono accomunabili in una stessa considerazione: la lettera si è ritrovata nelle mani sbagliate, e non c'è più salvezza quando un oggetto di pregio si ritrova nelle mani sbagliate, come non esiste una strategia ottimale per partecipare a un gioco truccato in partenza.
E adesso mettetevi nei panni di un compilatore di cataloghi, di chi deve dichiarare una quotazione fair - equa, giusta, ragionevole - basandosi sui prezzi registrati in transazioni effettive. Quale numero scrivereste per la nostra bella lettera di Sicilia? Il (sensato, ragionevole) 18.600 del 2019 o il 6.930 (di svendita) del 2025?
Andiamo avanti.
Nel 2019, da Ferrario, va in asta il singolare "Marzocco da 0 crazie", una variante di stampa di per sé ben nota ai collezionisti di "Toscana" - già il Bargagli la citava nella sua raccolta come "9 crazie con cifra assomigliante ad uno 0" - che in questo caso si presenta spettacolarmente pronunciata.
I numeri parlano da sé, e non occorrono commenti per qualificarli: 15.000 euro di base, 30.000 euro l'aggiudicazione al martelletto, per un costo finale oltre i 36.000 euro.
Passa di nuovo poco meno d'un lustro, e lo "0 crazie" torna in asta, ancora da Ferrario, con una base di 20.000 euro, un bel 33% in più rispetto al valore di partenza del 2019.
In fondo - sulla scia del ragionamento euristico già svolto sulla lettera di Sicilia - se fior di collezionisti se lo sono contesi appena cinque anni fa, sino a portarlo a 30.000 euro più diritti, vuoi che non ci sia ancora qualcuno pronto a scendere di nuovo nell'agone per appropriarsene, e magari vendicare la sconfitta di allora?
E invece - di nuovo - sono spariti tutti, e il "Marzocco da 0 crazie" è ancor'oggi disponibile, alla base più diritti, semmai qualcuno volesse acquistarlo.
Altro caso singolare - per molti versi eclatante, perché simultaneo - si è registrato tra maggio e giugno 2025: due pezzi sciolti del Regno di Napoli - un 5 grana e un 10 grana, offerti rispettivamente da Partenophil e Filsam - entrambi col raro annullo (per i francobolli borbonici) "Ufficio Postale del Porto di Napoli".
Perchè il 10 grana è rimasto al palo, invenduto, e il 5 grana è invece volato via, inafferrabile, ben oltre la quotazione di catalogo? Eppure l'annullo è lo stesso, no? E voi quale quotazione scrivereste sul catalogo degli annullamenti, fronteggiando due evidenze empiriche in appartente cortocircuito tra loro?
Fioriscono esempi e contro-esempi ovunque ci si giri.
Prendete queste due "primo giorno" delle Romagne, offerte da Corinphila nel ciclo di aste della Collezione Provera.
Perché la lettera col 2 bajoicchi ha oltrepassato i 40.000 franchi svizzeri (includendo le commissioni) e l'altra con 1 bajoicco è rimasta addirittura invenduta, se entrambe hanno lo stesso pregio filatelico? Di nuovo: quale quotazione di riferimento scrivereste sul catalogo?
Un caso simile lo riscontriamo nel Ducato di Parma, con due giornali affrancati per 5 centesimi (tariffa rara): quello offerto da Kruso Art è stato aggiudicato a oltre 16.000 euro, l'altro proposto da Ferrario (molto più bello, per il bordo di foglio, e d'incommensurabile pregio storico, per essere il primo giorno del Governo Provvisorio) è rimasto invece invenduto.
La domanda ritorna: quale prezzo scrivere a catalogo?
Che dire poi di una "Crocetta" con la rara doppia "T" verticale, ma in uno stato così pietoso - "da cestino", secondo le categorie del Sassone - battuta a 1.500 euro più il 25% di diritti d'asta?
Il prezzo pagato è all'incirca all'1% della quotazione piena, per una qualità che il catalogo non si dà neppure la pena di codificare, tanto è scadente.
Quindi?
E se dai bassi fondi degli esemplari "da cestino" ci trasferiamo ai quartieri alti dei pezzi "di lusso", avendo in testa una serie di realizzi distribuiti nel tempo - da Feldman nel 2014, da Corinphila nel 2021, da Vaccari nel 2022, da Zanaria e Il Ponte nel 2023, da Bolaffi nel 2025 - cosa dovremmo dedurre?
Che bene fa il catalogo a prevedere fattori moltiplicativi "×2", "×3", "×4", "×5" - rispetto alla quotazione piena - per esemplari di qualità introvabile?
Come si esce da questo ginepraio di sofismi, dove di ogni verità è vero anche il contrario, dove non si può fumare mentre si prega (perché si infangherebbe un'azione nobile con un atto volgare) ma si può pregare mentre si fuma (così da rivalutare un atto volgare con un'azione nobile)?
Se ne esce - o almeno si può intravedere una via d'uscita - recuperando l'avvertenza iniziale: l'uso consapevole del linguaggio.
Serve contrastare la tendenza semplificatrice - diciamo pure la pigrizia - a costruire ipotesi e ragionamenti su un linguaggio - un vocabolario, un gergo - nato in ambienti spettacolarmente diversi dal collezionismo, governati da altri meccanismi, guidati da altre logiche, in cui quel linguaggio appositamente ideato funziona a meraviglia finché vi rimane confinato - fedele e solida espressione di ciò che avviene - per trasformarsi però in cartapesta, non appena trasferito altrove.
Serve accortezza nell'uso del linguaggio, e in particolare nel prendere a prestito i vocabolari altrui, altrimenti - anche solo inconsciamente - si finirà col credere che le categorie logiche e operative costruite su quei vocaboli siano valide anche nel proprio ambito d'interesse, persino quando manifestamente inapplicabili.
Si può addirittura pensare - e qualcuno l'ha persino scritto - che per un oggetto filatelico esista un fantomatico "prezzo giusto", da contrapporre a ciò che "sarei disposto a pagare", e di assurdità in assurdità si arrivi così a chiedere a dei presunti "esperti" di concretizzare questa astratta giustezza di prezzo, anziché esercitarsi introspettivamente nella nobile arte di valutare (per tradurre in un prezzo personale il proprio grado di desiderio, in ragione del contributo apportato dall'oggetto alla collezione e del valore che riceve quando vi è inserito).
Il linguaggio distorto e inadeguato - il domandare "il prezzo giusto" agli "esperti", "ovvero il prezzo di mercato appropriato" - crea una marea di problemi fittizzi, tradendo l'assurda assimilazione dei circuiti di scambio filatelici ai mercati azionari.
Quel che vedete è il cosiddetto "book di negoziazione" (della Borsa Italiana) del titolo azionario ACEA.
Osserviamo il lato sinistro.
La prima riga (n. 1) ci dice che in questo momento vi sono tre proposte di acquisto (numero proposte: 3) per una quantità complessiva di 590 azioni (quantità acquisto: 590) a un prezzo unitario di € 21,98 (prezzo acquisto: 21,98). Similmente, la seconda riga ci dice che vi sono altre tre proposte di acquisto corrispondenti a 796 azioni complessive, a un prezzo unitario di € 21,96; la terza riga ci informa di sei proposte, nel complesso pronte ad assorbire 2.136 azioni a un prezzo unitario di € 21,94; e via così con le rghe successive.
Poniamo ora che io abbia 500 azioni ACEA da vendere. Cosa farò? Potrò individuare la mia controparte migliore, avendo davanti il book, e precisamente vedrò che mi conviene indirizzarmi sulla prima riga.
Immetterò quindi un ordine di vendita di 500 azioni al prezzo di 21,98, attraverso la specifica piattaforma tecnologica di accesso al mercato, e il sistema aggiornerà il book all'istante, non appena ricevuto il mio ordine: la voce "quantità d'acquisto" passerà da 590 a 90, perché, appunto, è stata soddisfatta una richiesta d'acquisto di 500 azioni, e la voce "numero di proposte" potrebbe ad esempio ridursi da 3 a 2, perché magari le 3 proposte originarie erano di tre diversi agenti, uno che aveva inserito 500 (e che ora è stato soddisfatto col mio ordine di vendita) un secondo che aveva messo 70 e un terzo che aveva inserito 20 (che sono rimasti sul book, sommando a 90).
Se invece avessi avuto 5.000 azioni da vendere, allora mi sarei dovuto rivolgere ai primi tre livelli del book (n. 1, 2, 3) e a una parte del quarto (n. 4) incassando da ognuno il rispettivo prezzo (21,98; 21,96; 21,94, 21,92, ammesso di averli giudicati tutti congrui); e - di nuovo - le prime tre righe del book sarebbero sparite, mentre la quarta si sarebbe aggiornata di conseguenza, una volta recepito il mio ordine di vendita.
Se nessuno dei prezzi di acquisto mi sta bene (perché li giudico troppo bassi) posso inserire una nuova riga sul lato destro del book (dedicato alle vendite) comunicando il mio desiderata - ad esempio "quantità vendita: 500, prezzo 22,05" - e attendere la reazione delle controparti.
E passiamo allora al lato destro del book, alla sezione delle vendite.
Ci sono al momento (riga n. 1) 1.087 azioni in vendita a € 22,02 l'una. Se il prezzo di 22,02 mi sta bene, e voglio acquistarne 1.000, allora immetterò il mio ordine nel sistema (segno operazione: acquisto; quantità: 1.000; prezzo: 22,02) che lo incrocerà automaticamente con la prima riga, dove la quantità 1.087 diventerà 87 (1.000 azioni le ho portate a casa io) e il numero di proposte si rimodulerà in proporzione agli offerenti rimasti sul mercato.
La Borsa Valori funziona così: con migliaia di operatori che ogni giorno fronteggiano il book di negoziazione di tutti i titoli quotati, ognuno coi suoi livelli di quantità e prezzo a cui a un dato momento è possibile finalizzare le transazioni, e ogni operatore immette nel sistema i suoi ordini di compravendita, conclusi in anonimato.
All'interno di una giornata di Borsa, a intervalli regolari, il sistema registra il flusso delle transazioni concluse (prezzi pagati e quantità scambiate) e ne calcola una media (la vedete evidenziata in giallo a caratteri grandi in alto: 22,00) che definisce il cosiddetto "prezzo ufficiale", la misura dell'opinione del mercato sulle condizioni a cui è ragionevole finalizzare una transazione, in quel momento (il sistema, poi, ci informa di un incremento dell'1,38% rispetto alla registrazione precedente).
E ora ditemi: qual è l'ultima volta che avete comprato un francobollo attraverso un book di negoziazione?
Perché se non c'è mai stata un’ultima volta - e non c’è mai stataun'ultima volta perché non è mai esistita una prima volta - allora dovreste iniziare a interrogarvi criticamente sull'appropriatezza del linguaggio che usate con così tanta disinvoltura.
Perché - vedete - il cosiddetto "mercato", la cosiddetta "domanda", la cosiddetta "offerta", la cosiddetta "legge della domanda e dell'offerta", i cosiddetti "prezzi", non sono concetti astratti e generali, eterei e spirituali, platonici, buoni sempre e comunque, per tutti contesti possibili e immaginabili.
"Domanda", "offerta", "incrocio domanda-offerta" e "prezzi" sono (coincidono con) le procedure operative - pratiche, esecutive - con cui vi si assegnano dei numeri, e il mercato cambia - talvolta spettacolarmente - al cambiare di queste procedure.
Poi, certo, per velocità espressiva possiamo continuare a dire "mercato", indistintamente, ma dobbiamo sempre conservare nella retrocassa del cervello la consapevolezza delle procedure sottostanti, per evitare di assimilare impropriamente il mercato azionario al mercato filatelico, per non cadere nell'equivoco esiziale che "mercato" sia un concetto universalmente spendibile allo stesso modo, a prescindere, in qualunque contesto avvengono scambi purchessia.
E siamo così al terzo insegnamento, da declinare al
negativo, a naturale integrazione dei primi due: hemm imparaa - direbbe Van De Sfroos - a non infognarci in concetti inapplicabili (come "legge della domanda-offerta") a non svilire la complessità degli scambi filatelici in formulette stereotipate dal libro di testo ("è il mercato che fa il prezzo") a non ricalcare sulle transazioni filateliche delle dinamiche che non vi appartengono (per la natura stessa degli oggetti negoziati).
C'è una stima euristica che circola nell'ambiente filatelico, approssimata quanto si vuole, ma corretta nell'ordine di grandezza: un pezzo di valore - di quelli interessanti, che meritano, per rarità o qualità - impiega mediamente 25 anni a riapparire sul mercato.
Se oggi, anno 2026, vi sfugge un oggetto pregiato, allora dovete aspettarvi di rivederlo sul mercato nel 2051; magari sarete fortunati, e lo vedrete riapparire dopo solo 4 o 5 anni, nel 2030 o giù di lì; o magari sarete sfortunati, e morirete senza la possibilità di ammirarlo di nuovo; tra i due estremi - il rivederlo a breve, il non rivederlo più - la nostra stima dice che è ragionevole ipotizzare un'attesa di 25 anni.
... apparsa per la prima volta sul mercato nel 1958, alla Robson Lowe...
... riemersa 64 anni dopo, nel 2022, da Corinphila...
... e che a noi ci troverà tutti qui, quando riaffiorerà di nuovo.
La prospettiva di attendere 25 anni è (dovrebbe essere) un elemento disciplinante, per ogni collezionista: è un invito - pressante - a conoscere a fondo i propri francobolli, come il buon pastore conosce e riconosce la sue pecore, una a una, chiamandole per nome, distinguendole a colpo d'occhio.
Quando un "nostro" francobollo passa sul mercato - quando si apre la possibilità di acquisire un pezzo che sentiamo "nostro", perché lo abbiamo tracciato e atteso, perché sappiamo perfettamente in quale pagina della nostra collezione collocarlo, quale sia il valore che vi aggiunge e quale valore riceve da tutti i pezzi già presenti - quando tutto ciò accade, dunque, serve la massima risolutezza per entrarne in possesso.
E se invece dovesse sfuggirci, ma per avventura, anziché di 25 anni, si ripresentasse da lì a poco, allora non è più questione di risolutezza, ma di istantaneità: serve essere fulminei, viaggiare a 299.792.458 m/s, come la luce.
Il ½ grano delle Province napoletane su circolare (completa di testo, di grande qualità) è un oggetto di pregio; magari non sarà una rarità, ma di sicuro un documento come quello mostrato è piuttosto complicato da rintracciare, e non a caso è appartenuto alla collezione di quell'animo rigoroso e raffinato che era l'Ingegner Provera.
E' passato in asta da Corinphila, nella terza tornata del ciclo dedicato alla liquidazione delle collezioni dell'Ingegnere, proposto a una base allettante (750 franchi svizzeri) e andato via a poco più (850): "una pescata", direbbe chi è incline a dare maggior peso ai prezzi anziché ai pezzi.
Non passa neppure un anno, e la stessa circolare la ritroviamo alla Laser Invest - lotto n. 62 dell'asta 179 del 26 giugno 2022 - a una base raddoppiata rispetto ai prezzi registrati da Corinphila.
Perché mai un agente razionale e ottimizzante - secondo i canoni del paradigma economico - dovrebbe acquistare al doppio ciò che neanche un anno prima poteva prendere alla metà?
It makes no sense - se ragioniamo in accordo con la forma mentis e il modus operandi ordinari.
La casistica non è certo ricorrente, ma neppure così infrequente da non poter proporre altri esempi.
Il 10 aprile 2025, da Bolaffi, viene proposta una (presunta) "primo giorno" di Napoli, che proprio per la sua natura congetturale parte da una base contenuta (rispetto a un "primo giorno" autentico, certificato dai timbri postali) e non dà luogo a particolari contese.
Trascorrono appena cinque mesi, e la stessa lettera viene riproposta da Ferrario, a una base d'asta pressoché quintuplicata, trovando subito l'aggiudicazione (da maggiorare per il 23% di commissioni, laddove da Bolaffi sono al 22%) a confermare - ancora una volta - che le ragioni della collezione hanno poco a che fare con la razionalità economica.
Una variante sul tema - per un maggiore delay temporale - la si registra con una lettera di Napoli datata 17 marzo 1861.
Si trovava nella prima tornata - gennaio 2021 - del ciclo di aste per la dispersione delle Collezioni dell'Ingegner Provera, battute in Svizzera, dalla Corinphila.
La richiesta iniziale era di 300 franchi svizzeri, e il martelletto inchiodava l'aggiudicazione ad 800, con un tasso di cambio CHF/EUR di 0.92, per cui parliamo di circa 735 euro (da maggiorare per le commissioni, che attestavano il costo finale poco sotto i 1.000 euro).
Stavolta servivano quasi cinque anni per rivedere la lettera sul mercato - da Bolaffi, a ottobre 2025 - con una base di fatto coincidente col precedente costo di acquisizione (1.000 euro) e un'aggiudicazione apprezzabilmente più elevata (1.700 euro) da maggiorare al solito per il 23% di commissioni (391 euro) per un prezzo finale superiore ai 2.000 euro: un incremento del 109% nell'arco quinquennale, equivalente a un aumento medio del 16% l'anno.
Cosa ci insegnano questi fatti?
Mettiamola così.
Uno scacchista è uno scacchista perché opera - muove i pezzi - per dare scacco matto all'avversario (più realisticamente per obbligarlo alla resa, prima di arrivare allo scacco matto); qualunque azione non finalizzata a quest'unico obiettivo - qualsiasi mossa che non sia strumentale allo scacco matto, o a evitare di subirlo - non è uno stile alternativo di gioco, ma solo, e banalmente, un errore.
Allo stesso modo, un collezionista è un collezionista perché si preoccupa solo della propria collezione, che sviluppa subordinatamente al suo vincolo di bilancio - ovvio - senza però preoccuparsi degli affari della controparte, senza fargli i conti in tasca, senza rammaricarsi di dover acquistare oggi a un prezzo più alto ciò che ieri poteva prendere a uno più basso, se l'ordine di grandezza della spesa rientra ancora nel suo budget.
Perché - per il vero collezionista - l'importante è mettere il pezzo in collezione, per svilupparla, migliorarla e raffinarla. Perché - insomma - siamo collezionisti o commercialisti? Perché, sì, capisco che l'assonanza fonetica possa trarre in inganno i
profani, ma confondere i due ruoli, quando si è introdotti
nell'ambiente, fa ridere assai più dell'originaria battuta della Valeria
Marini interpretata da Sabina Guzzanti, su Che Guevara e Cecchi Gori.
Ancora un insegnamento dal nostro abbecedario: se si commette un errore una volta, se si lascia andare ciò che
doveva essere preso, non sarà certo perseverando nell'errore, sbagliando
una seconda o addirittura una terza volta, che vi si porrà rimedio.
L'abbecedario - il "libretto per imparare a leggere" - trova l'origine del suo nome nel latino abecedarium, che richiama le prime quattro lettere dell'alfabeto (a, b, c, d) a evocare il punto di partenza per l'apprendimento della lettura, gli atomi iniziali per la costruzione delle parole.
E in questo post - in coerenza col titolo - ci siamo limitati all'a-b-c-d della questione, a quattro basilari insegnamenti su come muoversi all'interno di un mondo - la valutazione degli oggetti postali degli Antichi Stati - con numerose e incomprimibili complessità.
A voler semplificare ancora, per compendiare tutto in un un'unica direttrice, l'invito è a consacrare come un postulato un fatto elementare: serve diventare il catalogo di sé stessi, imparare a valutare da soli gli oggetti filatelici, perché collezionare Antichi Stati non significa altro che assegnare un valore alle cose in piena autonomia.
Un collezionista di Antichi Stati ha bisogno di un catalogo (in fatto di valutazioni) come un bambino ha bisogno di un girello: è un sostegno indispensabile per muovere i primi passi, ma utilizzato già al principio con l'idea di emanciparsene quanto prima.
Che senso ha - allora - criticare il girello perché è sporco o rovinato, o per il colore sbiadito, o fosse pure perché una rotella talvolta si blocca o gira a fatica? Tanto lo si deve lasciare, ed è nostro primario interesse abbandonarlo in fretta.
La filatelia classica inizia dove finisce il catalogo commerciale così come la libertà di movimento inizia quando il girello finisce in cantina.
Impara a valutare gli oggetti da solo, in autonomia. Non è mai troppo tardi per cominciare. E neppure troppo presto.
"Enclave" è una parola latina ( inclavare, chiudere con una chiave) ripresa dalla lingua francese col termine "enclaver", (per indicare un luogo racchiuso nei confini di una proprietà di terzi) e infine entrata nel gergo della diplomazia e della geografia politica, per definire uno spazio assoggettato al potere di uno Stato, pur interamente circondato dai territori di una diversa entità sovrana. Che buffa l'enclave! Uno Stato dentro un altro Stato, uno Stato circondato da un altro Stato, un piccolo Stato avvolto in uno Stato molto più grande, che trasmette la sensazione di un assedio perenne, già solo osservando la carta geografica. E - non a caso - ogni enclave fa storia a sé, ogni enclave ha una sua storia, unica e irripetibile. Il Congresso di Vienna aveva restituito Benevento e Pontecorvo allo Stato Pontificio , ripristinando due storiche enclavi della Chiesa nel territorio del Regno di Napoli. Di dirimpetto alle istituzioni formali di...
Nessuno immagina oggi un viaggio in un paese straniero, senza saper parlare almeno la lingua inglese. Come fare altrimenti a comunicare con le persone del luogo, a capirle e farsi capire? Il viaggio per la Sicilia - ahinoi - è più complesso: non pretende - e rende inutili - le conoscenze linguistiche oggigiorno più diffuse, e ne impone altre che sembrano invece desuete. L'inglese non vi serve, in Sicilia; ma non vi serve neppure l'italiano. La Sicilia è appartenuta a tanti, ma non è mai diventata di nessuno. La quantità e la varietà dei suoi conquistatori ha ostacolato l'affermazione esplicita di una identità nazionale, ma l'ha anche dotata di un caleidoscopico patrimonio di esperienze che ne ha reso impossibile l'integrazione in realtà più vaste. Ma la Sicilia, volendo, avrebbe tutti i requisiti per proclamarsi indipendente, per avocare la sovranità propria di una nazione, a cominciare dalla sua estensione territoriale, la più grande isola del Mediterraneo, ...
Normanni: Nordmanni o Nordmaenner, Uomini del Nord. Popolo dell'Alto Medioevo dell'Europa settentrionale, Svezia, Danimarca e Norvegia, migrato a ondate successive, per portarsi in Francia, in Inghilterra e nell'Italia meridionale. Svevi: Suebi o Suevi, "liberi", secondo l'interpretazione prevalente, ma è proposto anche il significato di "vaganti" o, come nomignolo, "neghittosi". Antico popolo germanico di origini plurime: "i Suebi non costituiscono un unico popolo" - scrive Publio Cornelio Tacito - "occupano infatti la maggior parte della Germania, per di più distinti in tribù con nomi diversi, pur chiamandosi, nel loro complesso, Svevi" . La storia del Regno di Sicilia - di un luogo al centro del Mediterraneo, ponte tra oriente ed occidente, tra Africa ed Europa, cuore pulsante del mondo civilizzato e crocevia di civiltà e crogiolo di culture - ha le sue origini remote laddove non c...
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