BELLEZZA E CONOSCENZA - Quattro insegnamenti dalla matematica


 
E' da tempo che le mie orecchie non hanno pace: mille voci mi avvertono da ogni parte, con ogni tono, che la qualità filatelica è un inganno, la bellezza solo vanità, e propagandare una filatelia di alto livello è paranoico e auto-distruttivo, un feticismo che finirà col polverizzare il mercato, e di cui comunque la cultura può fare serenamente a meno.
 
E' il momento di controbattere.


 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

C'è dunque un pensiero che vorrebbe bandire la qualità dalla cultura filatelica, perché portatrice di "una visione egocentrica e commerciale del collezionismo" - citando Filanci - e se proprio non la si può sopprimere, serve almeno declassarla, perché in fondo - ancora con Filanci - "per la qualità c'è sempre tempo".
 
L'accusa alla ricerca di una qualità alta - che nel caso di Filanci si estende addirittura alla rarità - ignora, o dimentica artatamente, alcuni snodi fondamentali del processo collezionistico, che vale allora la pena di richiamare.
 
[1] L'evoluzione del mondo è caratterizzata da un aumento di velocità, in ogni ambito: la tecnologia riduce i tempi e contrae gli spazi, e ormai abbiamo azzerato gli uni e gli altri; lo sviluppo tecnologico ci ha abituato alla istantaneità, che ora pretendiamo in ogni cosa della vita (pensate all'insofferenza per una connessione internet lenta o per la mancata visualizzazione di un messaggio WhatsApp); più passa il tempo più la velocità s'impone come stile di vita (come conseguenza naturale del progresso).

Vogliamo tutto e lo vogliamo subito, non sappiamo più aspettare.

Il collezionismo - prima di tutto e sopra a tutto - insegna la virtù dell'attesa, l'arte del saper attendere, che più si va avanti e più diventa fondamentale per il proprio equilibrio psicofisico, in una realtà in accelerazione crescente; il collezionismo fa riscoprire il piacere dell'attesa, in un mondo insofferente a ogni pur minimo, presunto, ritardo; riporta la nostra vita su ritmi umani, naturali, biologici; è un ambiente protetto dove il tempo torna a dilatarsi, in cui gli orologi battono le ore, e non i minuti o i secondi, e i calendari procedono di mese in mese, se non di anno in anno.

Non si dà collezionismo senza un cuore capace di pazientare, di gioire dell'attesa, perché è l'attesa, e solo l'attesa, a dare valore al possesso.
 
E cosa ne rimane dell'attesa se - come dice Filanci - "non importa" cosa si mette in collezione, se i francobolli possono essere "nuovi o usati, oppure un po' nuovi e un po' usati" o "persino difettosi e con annulli illeggibili o non garantiti" (sic!) perché in fondo "basta averli tutti" per "capire e appassionarcisi"?
 
Diffondere un collezionismo filatelico senza prospettive e gerarchie, sollecitare i collezionisti a riempire i loro album purchessia, a comprare francobolli con rapidità, in qualunque stato si trovino, così da averli tutti nel minor tempo possibile, è un programma in netta opposizione ai paradigmi canonici, che stanno lì non per difendere chissà quali interessi precostituiti, ma per salvaguardare contro i rischi di una visione miope della realtà dei fatti.
  
[2] Il collezionismo presuppone di sviluppare verso gli oggetti un rapporto prossimo all'amore: bisogna innamorarsi ogni giorno di più di quel che si possiede, fino a sentirlo come un prolungamento di sé. "I quadri sono parte di me" - diceva Emil George Buhler - "se ne vendessi uno avrei la sensazione di pentirmi di una mia scelta, di cambiare i miei gusti o di tradire me stesso".

Ma come si fa a creare e intensificare una corrispondenza d'amorosi sensi, se l'album viene trasformato in un Grand Hotel con entrate e uscite parossistiche, con un andirivieni continuo di francobolli, perché tanto "la qualità si può sempre migliorare col tempo"? Come si fa ad affezionarsi a un oggetto se già al momento dell'acquisto lo si percepisce come un ripiego, di cui non si vede l'ora di disfarsi, anche solo inconsciamente? Come si può amare l'oggetto che si ha sotto gli occhi, se il proprio cuore è altrove?
 
E ritorna la velocità, se pur in altra veste, nella forma di un invito surrettizio a continue azioni di compravendita: intanto compra questo, poi, col tempo, se ne trovi uno migliore, lo sostituirai.
 
E a parlare così è lo stesso Filanci secondo cui "il collezionismo dopo tutto è un modo per controbattere la realtà, crearci un angolo tutto nostro, in una parola sognare. E che sogno è se ci facciamo condizionare anche quello?". Già. E che sogno è, se ci si accontenta, se si è miseri pure nel sognare, se i sogni sono semplicemente una replica della realtà?
  
[3] Filanci rimpiange i tempi in cui "un bel 10 lire floreale usato si metteva trionfalmente in raccolta anche se aveva il posteriore assottigliato", col sottinteso che un giorno lo si sarebbe sostituito con uno perfetto, semmai se ne avesse avuta la possibilità.
 
Ma accontentarsi di un francobollo assottigliato, già sapendo, o comunque sperando, di sostituirlo un giorno con qualcosa di meglio, vuol dire auto-sabotarsi, per un motivo drammaticamente pratico, di là di ogni considerazione filosofica: perché il mercato filatelico è mostruosamente inefficiente.
 
Ogni compravendita - per il collezionista - si chiude di regola in perdita: chi compra un francobollo a 100 non riuscirà - di regola - a rivenderlo a 100, nemmeno a distanza di decenni; il collezionismo - visto dai collezionisti - non è mai stato un investimento finanziario.
 
Ora, un conto è dismettere la propria collezione alla fine della propria avventura, incassare quel che la vendita permetterà di realizzare, e vedere nello scarto con ciò che si è pagato semplicemente il prezzo della giostra, il costo monetario di un divertimento senza uguali per estensione temporale e intensità emotiva. Altro - ben altro - è andare incontro a continue minusvalenze nel bel mezzo del proprio collezionare, accumulare perdite su perdite - più o meno elevate, ma comunque perdite - quando si è lì con le mani in pasta per costruire la propria collezione. E perché, poi? Per non aver saputo aspettare, per aver ceduto alla fretta traditrice e aver seguito il consiglio di chi sosteneva che "la qualità si può sempre migliorare col tempo".
 
C'è da sentirsi stupidi, parecchio stupidi, a perdere denaro in questo modo, e nessuno - ne converrete - prosegue in un'attività che lo fa sentire stupido.
 
Filanci sostiene di preoccuparsi dei "normali collezionisti per i quali i 100 euro di un acquisto filatelico sono già una cifra", e gli sfugge che sono proprio i "normali collezionisti" a soffrire più di tutti gli altri dalla ricomposizione continua del proprio album, proprio perché per loro "i 100 euro di un acquisto filatelico sono già una cifra", e occorre allora raddoppiare le cautele prima di finalizzare una transazione, e meno che mai ci si può permettere di trasformare il collezionismo in un'attività di trading.
  
[4] Filanci ha fatto un punto d'onore il tirare stilettate contro la qualità e la rarità, per mostrarne una presunta dimensione speculativa suscettibile di distruggere il mercato. Lamenta l'azione di chi - con l'enfasi sulla qualità - "ha semplicemente rarefatto il materiale vendibile per aumentarne il prezzo, o per mantenere  quotazioni altrimenti indefinibili". Denuncia un commercio filatelico che ha messo "fuori gioco gran parte delle collezioni e degli stock di un tempo". Parla di operatori "incoscienti", senza scrupoli nell'affossare il "90% del mercato, quello fatto da normali commercianti e normali collezionisti", pur di "vendere a pochi qualche esemplare a prezzo ultragonfiato".
 
E però gli sfugge la facilità con cui le sue stesse argomentazioni si possano ribaltare, di come sia sufficiente metterle allo specchio per averne una versione speculare che demolisce il suo punto di vista.

Non sarà - per dire - che numerosi commercianti, tra cui figure impresentabili, sono riusciti ad arricchirsi cavalcando l'onda speculativa della filatelia che rendeva commerciabile qualunque porcheriola?
 
Non sarà - per dire - che "gran parte delle collezioni e degli stock di un tempo" non avrebbero dovuto avere diritto di cittadinanza in una visione progettuale di lungo termine, lungimirante, capace di oltrepassare il piacere effimero (del collezionista) e il guadagno istantaneo (del commerciante)?

Non sarà - per dire - che una volta esplosa la bolla, e rimasti in gioco solo i veri appassionati, lo zoccolo duro su cui si può sempre fare affidamento, il mercato è semplicemente tornato a imporre degli standard minimi di selezione, in fatto di qualità e rarità?
 
Non sarà - per dire - che quel materiale con cui si vorrebbe "ridare ossigeno all'intero mercato" altro non è che il lascito disgraziato di un'epoca (fortunatamente) ormai passata, di cui nessuno sente la mancanza, se non chi in quell'epoca traeva sin troppo facili profitti? 


 
La Corinphila dà una sintesi di grande efficacia sul ruolo della bellezza in filatelia, nel presentare una delle vendite della Collezione Provera.
 
E non si dica che sono solo delle belle chiacchiere per "vendere a pochi qualche esemplare a prezzo ultragonfiato", visto che la basi d'asta della casa svizzera sono tra le più concorrenziali del mercato.
 
E non si dica neppure che l'Ingegner Provera non fa testo, giacché i grandi collezionisti sono un esempio per tutti, e non vi è mai stato migliore apprendimento dell'osservazione dei più grandi, per poi replicare ciò che han fatto loro, col nostro stile e nei limiti delle nostre capacità intellettuali e materiali. 

Men che meno si venga a dire che tutto ciò è solo una deprecabile tendenza moderna, perché l'attenzione alla qualità e alla bellezza è da sempre una costante nel pensiero e nell'azione dei filatelisti più avvertiti.
 
Pubblicità della Bolaffi sulla rivista "Il Collezionista - Italia Filatelica", n. 4, anno 1955.
 
Il tema della bellezza - in filatelia - è di antica data.

Ne troviamo già una menzione esplicita negli "Atti nel 1° Congresso Filatelico Italiano", tenuto a Napoli dal 28 al 30 maggio 1910.
 
 

"Sono nato da genitori moralmente integri, che mi hanno trasmesso un corpo sano, con una situazione economica più che buona" - racconta il collezionista Panza di Biumo, a proposito della sua giovinezza, riconoscendo le fortune che lo hanno reso un privilegiato - "Ma è mio, e soltanto mio, il grande amore che provo per la bellezza, in tutte le sue forme, il grande desiderio di cercarla sempre; averla è felicità. Sono estremamente fortunato anche a provare questo desiderio. Chi non lo ha non può provare la felicità che io vivo".
 
E potremmo proseguire ancora a lungo, sullo stesso tono, ma non servirebbe a nulla, perché potrebbero resuscitare i morti, e voi non credereste, ammoniscono i Vangeli.
 
L'unica via è evadere dal campo filatelico - in cui l'opinione è influenzata da interessi di parte, retaggi culturali e condizionamenti psicologici - per impostare e sviluppare una tesi astratta e generale, che ritrovi poi l'originario argomento di discussione come caso particolare.

Quel che si vuole dimostrare - in generale - è il ruolo cruciale della bellezza nella formarsi una cultura.

La nostra tesi dice che la bellezza è una porta di accesso privilegiata alla conoscenza, perché nulla spinge a conoscere come il contatto con ciò che desta nell'animo un'impressione esteticamente gradevole, e l'estetica è un aspetto sensibile della realtà - fisica e cerebrale - che pur variando di forma nel tempo e nello spazio, pur influenzato da contesti storicamente determinanti, si può comunque ridurre a un nucleo di principî stabili e condivisi.
 
Per dimostrare la tesi - per mostrare l'intreccio tra bellezza e conoscenza - ci trasferiremo nel dominio della più nobile disciplina intellettuale: la matematica.
  
La matematica è un metro privilegiato di discussione e confronto; spunta le armi della retorica, toglie valore agli espedienti dialettici, impone la pulizia del ragionamento, e ogni errore di pensiero o esecuzione rimane inchiodato nella pagina che si ha davanti agli occhi, non serve cercarlo altrove e quando viene rilevato non si può che prenderne atto.
 
Da "Passione per Trilli", di Roberto Lucchetti.
 
"Sono persuaso che la matematica sia il più importante strumento di conoscenza fra quelli lasciatici in eredità dall'agire umano, essendo la fonte di tutte le cose" - affermava Cartesio. E John Arbuthnot condusse il punto di vista alle sue conseguenze pratiche più rilevanti. "La conoscenza matematica aggiunge vigore alla mente, e la libera da pregiudizi, credulità e superstizione".
 
Ma cos'è la matematica, di là dei tecnicismi e delle apparenze formali? Di cosa è fatto "il più importante strumento di conoscenza" di cui disponiamo? Cos'è che "aggiunge vigore alla mente, e la libera pregiudizi, credulità e superstizione"? Qual è - in definitiva - il requisito fondamentale di tutte le costruzioni matematiche?
 
Lasciatevelo dire da Godfrey Harold Hardy, dal suo saggio "Apologia di un matematico" sull'estetica e l'arte creativa della matematica.

"Le forme create dal matematico, come quelle create dal pittore o dal poeta, devono essere belle; le idee, come i colori o le parole, devono legarsi armoniosamente. La bellezza è il requisito fondamentale: al mondo non c'è un posto perenne per la matematica brutta".
 

Il precetto di Hardy - in forma abbreviata - sarà il leitmotiv di quattro post progettati come lezioni dalla matematica, per poi rivelarsi - in fase attuativa - lezioni di matematica, ma che a ogni modo restituiscono un gioco di specchi tra bellezza e conoscenza, con cui si dimostra come le cosiddette "apparenze", nel colpire i sensi, pungolano la curiosità e spingono la migliore intelligenza a soddisfarla, creando cultura.
 
La bellezza della notazione

La bellezza dei numeri primi

La bellezza di un teorema

La più bella formula della matematica

Epilogo: la bellezza come metodo

Appendice quantistica (omaggio a Paul Dirac)

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